
Sono la mamma di una ragazza che porta sulle spalle un dolore più grande della sua età. Il nostro calvario è iniziato quando era ancora minorenne, con la diagnosi di disturbo bipolare borderline. Da allora la sua vita – e la mia accanto a lei – si è intrecciata a un percorso fatto di abbandono, promesse mancate, silenzi istituzionali. Sei lunghi anni senza una vera presa in carico, mentre noi assistevamo impotenti al suo precipitare: dai primi segnali di fragilità ai reati, dal carcere alla strada.
E quando finalmente si è parlato di un tavolo tecnico, la famiglia – la sua famiglia – è stata esclusa. Come se la nostra voce non contasse, come se l’amore e la presenza quotidiana non avessero nessun valore. Oggi pende su di lei un obbligo di inserimento in REMS, ma resta solo un atto formale, perché le strutture non ci sono. Una condanna vuota che non protegge, che lascia ancora una volta tutto sulle nostre spalle.
Pochi mesi fa abbiamo sfiorato la tragedia: mia figlia ha tentato il suicidio. È stato allora che ho trovato la forza di denunciare apertamente, di non restare più in silenzio. Da quel momento sono diventata attiva anche mediaticamente, perché la nostra storia non è un caso isolato: è il simbolo di un sistema che non funziona e che troppo spesso lascia indietro i più fragili.
Racconto tutto questo perché credo che nessuna madre, nessuna famiglia, debba più sentirsi sola davanti a un dolore così grande. La nostra voce vuole essere la voce di tanti, perché non ci siano altre vite spezzate nel silenzio.

