Ci sono parole che nessuna madre vorrebbe mai pronunciare.
Una di queste è interdizione.
È una parola che suona fredda, lontana, fatta di codici e tribunali.
Ma quando arriva nella vita di una madre, non arriva per scelta: arriva dopo anni di lotte, di porte chiuse, di notti passate a chiedersi come salvare un figlio che non può più salvarsi da solo.
Arriva quando l’amore, da solo, non basta più.
Chiedere l’interdizione per un figlio è il gesto più doloroso e, allo stesso tempo, più lucido che una madre possa compiere.
Non è una resa, ma un grido:
“Proteggetelo, perché io non ce la faccio più da sola.”
È la consapevolezza che quella libertà, che in condizioni di salute è un diritto sacro, per chi vive nella malattia mentale grave può diventare un pericolo mortale.
È vedere un figlio firmare le dimissioni da un ospedale in piena crisi psicotica, rifiutare cure salvavita, scappare nel buio o affidarsi a chi può solo fargli del male.
È vivere con il terrore costante che la prossima volta non ci sia un ritorno.
Noi madri lo sappiamo: l’interdizione non toglie diritti, li protegge.
È l’estremo tentativo di costruire un argine tra la fragilità e la distruzione, tra la malattia e la morte.
È chiedere allo Stato di affiancarci nella tutela, di rendere possibile ciò che da sole non possiamo più fare: garantire la sicurezza, la cura, la continuità.
Non chiediamo che i nostri figli vengano rinchiusi.
Chiediamo che vengano custoditi, che abbiano il diritto di essere curati, di essere rappresentati da qualcuno quando non riescono più a capire, di non cadere in balia del caso o dell’indifferenza.
Dietro ogni richiesta di interdizione c’è una madre che ha già provato tutto:
i servizi sociali, le comunità, le REMS, le denunce, le suppliche.
C’è una madre che non si arrende, ma che sa di non bastare.
Una madre che firma col cuore in frantumi, perché ha capito che, se non si interviene in tempo, il rischio è perdere per sempre ciò che si ama di più.
L’interdizione, per noi, non è una fine.
È un atto d’amore estremo.
È la scelta di non lasciare che la malattia vinca per mancanza di strumenti, di non accettare che un figlio si perda nel vuoto delle istituzioni.
È la voce spezzata ma ferma di chi chiede protezione vera, non compassione.
E forse, un giorno, se la vita tornerà a farsi più stabile, sarà anche la prima misura che si potrà revocare.
Perché una madre non chiede di togliere per sempre: chiede solo che, nel frattempo, sua figlia o suo figlio resti vivo.
E a chi oggi si trova davanti a questa scelta terribile, vogliamo dire una cosa soltanto: non abbiate paura di chiedere l’interdizione, se è l’unico modo per salvare la vita di un figlio.
Non è una rinuncia. È la forma più alta di coraggio, l’ultima parola d’amore che una madre può pronunciare quando tutto il resto è già stato detto.
Francesca Basilici, mamma di Asia.

