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2E: due volte speciale

2026-01-11 14:47

Famiglie in rete

Lettere all'Associazione, salute-mentale, adhd, autismo, diagnosi, autobiografia,

2E: due volte speciale

Una diagnosi per smettere di fare la guerra a se stessi, di confondere la fatica con la colpa e l’intensità con il difetto.

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Prefazione

 

Questo libro non nasce per spiegare.
Nasce per riconoscere.
Non nasce per rassicurare, ma per dare forma a ciò che per anni è rimasto senza nome. Non è un manuale, non è un testo clinico, non è una guida. È una memoria. È il tentativo di restituire dignità a un funzionamento che troppo spesso viene letto come difetto, fragilità, mancanza.
Scrivo per chi si è sentito fuori asse senza sapere perché.
Per chi ha imparato a resistere prima ancora di capire.
Per chi ha pagato un prezzo alto per la propria intensità.
Queste pagine non chiedono compassione.
Chiedono spazio.

Non era incoerenza, era disomogeneità

 

Per molto tempo ho creduto di essere incoerente.
Non lo ero.
Ero diseguale.
Dentro di me convivevano parti che non avanzavano alla stessa velocità. Alcune correvano avanti con una lucidità estrema, capaci di cogliere connessioni profonde, di articolare pensieri complessi, di dare nome a ciò che per altri restava indistinto. Altre restavano indietro, più lente, più esposte, impegnate costantemente nella regolazione del rumore del mondo, della fatica quotidiana, delle richieste continue di adattamento.
Non avanzavo tutta insieme.
Mi muovevo per strappi.
Per molto tempo questa asimmetria mi ha fatta dubitare di me stessa più di ogni altra cosa. Capivo cose enormi e inciampavo su dettagli elementari. Iniziavo con slancio e perdevo continuità. Mi osservavo con severità, cercando un’armonia che non arrivava mai. Credevo che il problema fosse la mancanza di disciplina, di costanza, di volontà.
Non capivo che stavo cercando l’ordine dove non era previsto.
Ricordo un episodio semplice, apparentemente insignificante. Avevo preparato una lezione complessa, strutturata, chiara. In aula tutto funzionava. Le domande arrivavano, io rispondevo. Ero presente, lucida, immersa nel pensiero. Alla fine dell’ora mi chiesero di compilare un modulo. Tre campi. Nome, data, firma. Rimasi ferma, con la penna in mano, come se mi avessero improvvisamente cambiato lingua. Il rumore mi sembrava più forte, la luce più dura. Mi sentii esposta, quasi smascherata. Possibile che dopo aver retto tutta quella complessità non riuscissi a fare una cosa così semplice?
Per anni ho scambiato questa distanza interna per una colpa. Pensavo che se mi fossi impegnata di più, se avessi insistito, prima o poi tutto si sarebbe allineato. Non vedevo che non c’era nulla da allineare. C’era solo da comprendere la forma.
Alcune funzioni in me erano ipersviluppate. Altre spendevano energie solo per mantenere l’equilibrio. Era come vivere con un’antenna potentissima sempre accesa e, allo stesso tempo, con un sistema di protezione costantemente in funzione per non esserne travolta. Questa convivenza non era pacifica. Era costosa. Ma non era sbagliata.
Solo molto più tardi ho trovato una parola capace di contenerla: twice exceptional. Due volte eccezionale. Non nel senso romantico del termine, ma in quello più reale e complesso. Un funzionamento in cui il talento e la fragilità non si compensano, ma coesistono. L’eccedenza in un’area non annulla la fatica in un’altra. L’intelligenza non protegge dal dolore. Spesso lo amplifica.
In me, la comprensione verbale è sempre stata molto al di sopra della media. Le parole non sono mai state solo strumenti. Sono state casa, struttura, rifugio. Pensare attraverso il linguaggio mi ha permesso di reggere la complessità, di non perdermi del tutto. Mentre una parte di me saliva così in alto, un’altra restava scoperta, senza filtri, senza tregua.
Questa è stata la mia disomogeneità.
Non una mancanza, ma una configurazione.
La genialità, quella vera, non è mai leggera. È una zona di intensità. E ogni intensità chiede un prezzo. Io quel prezzo l’ho pagato a lungo senza sapere perché. In stanchezza, in solitudine, in ritiri improvvisi. In quel senso persistente di essere fuori misura rispetto a un mondo che non era stato pensato per me.
Ora so che non ero fuori asse.
Ero semplicemente costruita così.

Quando la coscienza diventa troppo

 

Il crollo non è arrivato all’improvviso.
È arrivato quando ho iniziato a capire.
Per anni avevo sentito senza sapere cosa stavo sentendo. Le emozioni erano masse indistinte, prive di contorno. Arrivavano e passavano lasciando stanchezza, ma poche tracce riconoscibili. Poi, da adulta, qualcosa è cambiato. Le emozioni hanno preso forma, nome, direzione.
E sentire davvero, senza essere stati educati gradualmente a farlo, è come aprire una diga senza sapere quanto reggeranno le pareti.
La coscienza cresce, e con lei cresce il dolore.
Ho iniziato a cogliere le sfumature, le ambiguità, le incoerenze non dette. Un tono di voce che slitta di mezzo grado, uno sguardo che resta indietro di un secondo, un silenzio troppo lungo per essere neutro. Tutto arrivava insieme. Tutto restava.
Ricordo una sera a tavola, una conversazione qualunque. Qualcuno fece una battuta. Tutti risero. Io no. Avevo sentito il punto esatto in cui quella frase cambiava temperatura. Il micro-taglio che conteneva. Nessuno sembrava accorgersene. Io sì. Da lì in poi non riuscii più a rientrare nella conversazione. Non per offesa, ma per saturazione.
Poco tempo dopo, a un aperitivo con persone che non conoscevo, la scena si ripeté. Frasi lasciate a metà, ironia implicita, allusioni. “Era ovvio”, dicevano. Io cercavo il pezzo mancante. Provai a fare una domanda diretta. Il gruppo si fermò un istante. “Stavamo scherzando”, mi dissero. Non avevo perso una battuta. Avevo perso una regola non scritta.
Da fuori sembravo solo silenziosa.
Da dentro stavo ricalibrando tutto.
È così che sono iniziati gli attacchi di panico. Non come esplosioni emotive, ma come collassi fisiologici. Il corpo prendeva il comando. Il cuore accelerava, il respiro si spezzava, la vista si restringeva. Non c’era un pericolo reale, ma il sistema non lo sapeva.
Non ero fragile.
Ero in allarme.
L’ansia non era un pensiero, era sensoriale. I rumori ferivano, le luci aggredivano, gli odori saturavano. Spesso l’unico rifugio era uno spazio chiuso, un bagno, una stanza buia. Mi sedevo per terra e respiravo. Non piangevo. Sopravvivevo.
Col tempo ho capito che non era l’emozione in sé a travolgermi, ma la quantità di coscienza che la accompagnava. Sentivo troppo, troppo in fretta, senza filtri. La consapevolezza, quando arriva senza gradualità, non è illuminazione. È esposizione.
Non stavo diventando più debole.
Stavo diventando più nuda.
E senza protezione, la nudità fa male.
Il corpo che sente troppo
Il mio corpo non è mai stato neutro.
È sempre arrivato prima.
Prima del pensiero, prima della volontà, prima di qualsiasi tentativo di controllo. Non decide. Registra. Accoglie. E solo dopo, quando è troppo tardi, chiede tregua.
Ricordo una mattina in classe, una di quelle che sembrano uguali a tutte le altre. Entro, appoggio la borsa, apro il registro. Analisi logica. All’inizio tutto regge. Spiego, collego, costruisco. La struttura è chiara, il pensiero scorre. Mi sento presente, lucida, abitabile.
Poi qualcosa cambia frequenza.
I miei occhi iniziano a muoversi da soli, senza che io li guidi. Saltano da un banco all’altro, come un radar sempre acceso. Uno sguardo è attento, uno è fisso ma vuoto, un altro scivola sul quaderno senza davvero leggere. Qualcuno annuisce troppo in fretta. Qualcuno evita di incrociarmi. Qualcuno finge di aver capito perché non vuole esporsi.
Io vedo tutto.
Vedo chi ha colto davvero la struttura. Chi ha memorizzato l’esempio senza comprenderlo. Chi è già perso ma resta zitto per vergogna. E mentre continuo a spiegare, tengo sotto controllo un’altra cosa, ancora più faticosa: cosa sta succedendo dentro di loro. Chi si sta stancando, chi si sta agitando, chi si sta spegnendo.
Cambio esempio. Poi un altro. Riformulo. Torno indietro. Riparto. Voglio che arrivino tutti. Non so lasciare nessuno indietro.
Ma mentre lo faccio, il corpo inizia a registrare troppo.
Il picchiettio delle penne diventa insopportabile. Le sedie scricchiolano. Una voce interviene fuori tempo. La luce al neon vibra appena, abbastanza da essere sentita. Continuo a parlare, ma il petto si stringe, le spalle si irrigidiscono, il respiro sale.
Penso anche a dopo. A ciò che verrà. Se ora faticano così, come faranno con l’analisi del periodo, ancora più articolata, ancora più densa? Anticipo la difficoltà prima che arrivi. La vedo già. Questa anticipazione mi attraversa come una corrente continua.
Arrivo alla fine dell’ora come si arriva a riva dopo aver nuotato controcorrente. Sorrido. Chiudo il quaderno. La voce mi esce ferma. Dentro sono già in difesa.
Esco dall’aula. Entro in bagno. Chiudo la porta. Mi siedo per terra. Schiena al muro. Metto le cuffie. Silenzio. Non piango. Respiro.
Non è stanchezza normale.
È il peso di aver tenuto insieme le mie emozioni e le loro, senza lasciarne cadere nessuna.
Un’altra volta il corpo ha parlato in modo diverso.
Ero al supermercato, nel tardo pomeriggio. Pensavo di farcela. Dovevo comprare poche cose. Cinque minuti. Invece il sistema ha iniziato a saturarsi. Le voci alle casse arrivavano tutte insieme. Il bip degli scanner era secco, ripetuto, senza tregua. L’aria era densa di odori: pane caldo, detersivi, plastica, corpi.
A un certo punto l’odore ha smesso di essere solo un odore. Mi è salito in bocca un sapore improvviso, violento, amaro. Una sinestesia netta: il naso aveva invaso la bocca. Ho provato a deglutire. Non ci sono riuscita.
Ho sputato per terra.
Un gesto rapido, istintivo, animale. Subito dopo mi sono resa conto di dove ero. Del pavimento lucido. Degli sguardi. Ho cercato una spiegazione, ma non c’era linguaggio. Come spieghi che il mondo ti è entrato in bocca tutto insieme?
Ho lasciato il carrello lì, a metà corsia. Sono uscita senza correre. In macchina ho abbassato il sedile, chiuso gli occhi, cercato il buio. Dieci minuti per rientrare nel corpo. Per tornare abitabile.
Ripensandoci, la cosa più strana non è stata sputare. È stato capire che, in quel momento, era l’unica risposta possibile.
Il mio corpo non mi tradisce.
Mi avvisa.
Per anni ho creduto che fosse un limite, qualcosa da correggere. Ora so che è un radar. Capta ciò che altri filtrano automaticamente. Ma un radar sempre acceso consuma. Se non impari a proteggerlo, ti brucia.
Il problema non è sentire troppo.
È vivere in un mondo che non prevede riparo per chi sente così. 

Restare

 

Per molto tempo ho creduto che restare significasse resistere.
Mi sbagliavo.
Per un funzionamento come il mio, restare non è stare fermi. È non andarmene da me stessa. È sapere quando fermarmi prima di crollare. È dosare, proteggere, mettere confini.
Prima della diagnosi restavo alla cieca. Mi spingevo oltre perché pensavo fosse giusto così. Dopo, restare è diventato una scelta. Non eroica. Necessaria.
Ricordo un periodo in cui dicevo sempre sì. A riunioni, richieste, progetti. Il motore teneva, come sempre. Il corpo no. Una sera sono tornata a casa e mi sono seduta sul pavimento, senza riuscire ad alzarmi. Non ero triste. Ero finita.
Quella sera ho capito che non potevo più affidarmi solo alla spinta.
Restare, per me, è imparare a fermarmi senza sparire. A dire “basta” prima che sia il corpo a urlarlo. A scegliere di non essere sempre performante, sempre presente, sempre capace.
Non significa chiudersi.
Significa restare intera.
Ho imparato a uscire prima. A spegnere luci troppo forti. A ridurre il rumore. A proteggere i miei tempi. Non per diventare più efficiente, ma per restare viva.
Sapere come funziono non mi ha resa migliore.
Mi ha resa più onesta.
Ora so che non devo dimostrare niente. Non devo reggere tutto. Posso fermarmi, posso ritirarmi, posso scegliere.
Restare, oggi, è un atto di fedeltà.
Non verso gli altri.
Verso me stessa.

27 novembre – 18 dicembre 2025
Il tempo del nome
 

La scoperta è stata tardiva.
E proprio per questo non è arrivata come una rivelazione luminosa, ma come un terremoto silenzioso.
Il 27 novembre 2025 è una data che mi rimarrà impressa. Non solo perché è stato il primo giorno in cui mi sono presentata nello studio della dottoressa, ma per un dettaglio che, razionalmente, non serviva a nulla. Era anche il compleanno di suo figlio. Lo disse quasi di passaggio, senza dargli peso. Eppure quella informazione si è cristallizzata. È rimasta lì, intatta.
Succede spesso così: particolari minimi, impercettibili, che non hanno alcuna utilità pratica ma si fissano per sempre. Come se la mia memoria avesse una sua logica segreta. Conserva ciò che non serve, ma che dà consistenza al reale. Sono dettagli che ogni tanto mi fanno sorridere, perché non chiedono di essere ricordati, e proprio per questo restano.
Quel giorno, fuori, non aveva nulla di speciale.
Sono entrata nello studio come sono entrata in molti luoghi della mia vita: preparata, composta, con una cartella piena di cose ordinate. Avevo risposto a domande, compilato test, raccontato episodi cercando di non sembrare troppo. Troppo intelligente, troppo sensibile, troppo stanca.
Mi ero tenuta.
La dottoressa parlava con voce calma, precisa, senza fretta. Io ascoltavo come ascolto sempre: cogliendo tutto. Ogni parola, ogni pausa, ogni spazio tra una frase e l’altra. A un certo punto ha smesso di descrivere e ha iniziato a mettere insieme.
ADHD di tipo combinato.
Disturbo dello spettro autistico, livello 1.
Profilo cognitivo profondamente disomogeneo.
Le parole non mi hanno spaventata.
Mi hanno attraversata.
Non ho provato vergogna né sollievo immediato. Ho sentito un silenzio interno improvviso, come quando si spegne un rumore di fondo che non sapevi nemmeno di avere, ma che ti aveva accompagnata per tutta la vita.
Poi ha detto un’altra cosa.
La comprensione verbale è molto al di sopra della media. Un punto di forza dominante.
Non una sfumatura.
Una struttura.
In quel momento non ho pianto. Ho annuito, fatto una domanda tecnica, preso appunti. Come sempre. Ma qualcosa dentro aveva già iniziato a cedere, lentamente, come una diga che non collassa ma lascia filtrare.
Nei giorni successivi ho continuato a vivere come se il mondo fosse lo stesso, ma con una gravità diversa. Ogni gesto quotidiano sembrava rientrare in una cornice nuova. Episodi lontani tornavano a bussare. Scene che avevo archiviato come stranezze chiedevano di essere rilette.
Ricordo una riunione di anni prima. Parlavo, argomentavo, collegavo concetti complessi con naturalezza. Alla fine qualcuno aveva detto, sorridendo: “Eh, però poi sulle cose pratiche sei un disastro.” Avevo sorriso anch’io. Come si sorride quando non sai dove mettere qualcosa che brucia.
Ora quella frase aveva un posto.
E non mi definiva più.
Il 18 dicembre 2025 ho pianto.
Non nello studio.
Dopo.
Ero in macchina, motore spento, senza fretta. Le lacrime sono arrivate senza rumore, senza dramma. Non piangevo perché ero sbagliata. Piangevo perché non lo ero mai stata.
Ho pianto per tutte le volte in cui mi ero spinta oltre il limite credendo fosse mancanza di volontà. Per le volte in cui avevo tenuto insieme tutto usando le parole come impalcature mentre il corpo crollava in silenzio. Per le volte in cui avevo pensato di dover scegliere tra essere brillante o essere fragile.
Non dovevo scegliere.
Convivevano.
Ricordo una frase della dottoressa. Semplice, senza enfasi.
“Non pianga, cara.”
Mentre lo diceva, mi ha toccato un braccio.
Il contatto fisico, per me, non è mai neutro. Di solito non finisce quando finisce il gesto. Resta addosso, come un’impronta invisibile sulla pelle. A volte mi strofino le mani o le braccia, come per togliere una polvere che non c’è. So che non è sulla pelle. È una sensazione che rimane, autonoma.
Quel tocco, invece, no.
Non ha invaso, non si è incollato, non ha chiesto spazio. Mi ha restituito realtà. In quel momento la mia testa stava andando oltre, come spesso accade. Stava prendendo il volo. Quel gesto è stato un appiglio. Non per trattenermi, ma per riportarmi in carreggiata.
Era come dire, senza parole: sei qui. E qui va bene.
In quello sguardo, in quel tono netto e gentile insieme, ho sentito qualcosa che non avevo mai sentito prima in un contesto clinico: stima. Non per una prestazione, ma per una configurazione.
Il nome non mi ha aggiustata.
Mi ha restituita.
La diagnosi non è stata un’etichetta.
È stata una mappa.
Non mi ha resa più efficiente.
Mi ha resa più onesta.
Tra il 27 novembre e il 18 dicembre non ho imparato niente di nuovo. Ho solo smesso di fraintendere me stessa. E questo, per ora, è abbastanza.

ADHD – Motore 4.0
 

Se l’autismo mi dà struttura, l’ADHD mi dà spinta.
Non una spinta gentile.
Una spinta continua, come un motore acceso anche quando il veicolo è fermo.
Il mio non è un motore che si accende.
È un motore che non si spegne.
Per anni ho pensato che fosse solo irrequietezza, qualcosa da disciplinare, da contenere. Non capivo che stavo cercando di applicare un limitatore a qualcosa che non nasce per andare piano. L’ADHD non è caos. È eccesso di energia direzionale. Il problema non è partire. È fermarsi senza rompersi.
Ci sono momenti in cui questo motore è un dono netto.
Ricordo una mattina a scuola. Un ragazzo entra in crisi. Non è una scenata, è peggio. È silenziosa, tesa, pericolosa. Lo vedo prima degli altri. Il corpo registra subito. Mi siedo per terra, abbasso la voce, non invado lo spazio.
Gli dico che sono lì. Che non mi avvicino se non vuole. Gli chiedo di posare ciò che tiene in mano non perché ha fatto qualcosa di male, ma perché io mi agito se lo tiene. Mi guarda. Non come si guarda un adulto. Come si guarda qualcuno che non sta recitando un ruolo.
Il motore tiene. Tiene lucidità, presenza, tempo dilatato. Posso restare lì quanto serve. Non sento fame, non sento stanchezza. Tutto è orientato.
Più tardi, molto più tardi, lo sentirò consumare.
Perché l’ADHD è così: potentissimo nell’urgenza, spietato nel dopo.
Un’altra volta è successo senza emergenze. Di notte. Un’idea arriva completa, tridimensionale. Un progetto intero prende forma. Scrivo per ore, lucida, felice. Alle sei del mattino suona la sveglia. Il corpo non esiste più.
Una collega mi dice: “Sei stanchissima.”
Rispondo: “No, sono avanti.”
È vero.
Sono avanti di dodici ore e indietro di due giorni.
Durante la lezione parlo troppo veloce, poi rallento di colpo. Un ragazzo mi dice che prima avevo detto il contrario. Capisco che non è confusione. È asincronia.
Il motore vorrebbe correre.
La struttura chiede di rallentare.
Nelle relazioni è ancora più evidente. L’ADHD vuole chiarire tutto subito. L’autismo vuole coerenza. Gli altri spesso vogliono solo che io smetta.
Il motore, quando non trova strada, consuma.
Ho imparato una cosa tardi: non va spento. Va guidato. Se lo forzi a fermarsi, strappa. Se lo lasci andare senza direzione, si autodistrugge.
Oggi so riconoscere i segnali: l’euforia che non è gioia, la velocità che supera il corpo, la sensazione di poter fare tutto. È lì che devo rallentare io, prima che sia il corpo a farlo per me.
L’ADHD non mi rende disorganizzata.
Mi rende intensamente orientata verso ciò che conta.
Ma ogni potenza ha un costo.
Il mio è imparare a non usare il motore contro di me. 

Relazioni e amore
 

Ho imparato le relazioni come si imparano le lingue morte.
Per osservazione, per deduzione, per studio.
Non per immersione spontanea.
Da ragazza guardavo i gruppi come si guardano gli stormi: mi affascinavano, ma non capivo la regola di volo. Ridevano insieme, si interrompevano, si toccavano. Io arrivavo sempre un mezzo secondo dopo. Non abbastanza da sembrare estranea, abbastanza da sentirmi fuori fase.
Ricordo una pausa caffè, qualcuno che disse con leggerezza: “Racconta qualcosa di te.” Ci pensai seriamente, troppo seriamente. Chiesi cosa intendesse dire. “Così, una cosa,” rispose, già un po’ pentito. Raccontai qualcosa di vero, articolato, con contesto e conseguenze. Quando finii, il silenzio fu più lungo del previsto. Qualcuno disse che era profondo. Capì solo dopo che non era un complimento. Era una richiesta di risalita.
Con l’ADHD, quando entro in relazione, entro tutta.
Con l’autismo, quando entro, cerco chiarezza.
Una combinazione delicata.
Ricordo una relazione intensa. All’inizio andava veloce, come piace al mio motore. Messaggi lunghi, connessioni immediate, pensieri condivisi fino a notte fonda. Io vedevo già la struttura: chi eravamo, cosa potevamo diventare, dove avremmo potuto inciampare.
Una sera dissi che secondo me, quando faceva una certa cosa, stava dicendo qualcos’altro. Mi guardò spiazzato. “Ma io non ho detto niente.” “Appunto,” risposi. Non stavo controllando. Stavo leggendo.
Dopo un po’ mi disse che si sentiva analizzato. Io mi sentivo presente. Non era una discussione. Era asincronia.
Ci sono stati anche momenti leggeri, quasi comici. Una volta, a cena, qualcuno mi disse che ero intensa. Chiesi se intendesse in termini di frequenza o di ampiezza. Risero tutti. Io no. Stavo davvero chiedendo.
Oppure quella volta in cui, al terzo appuntamento, dissi che per me “poi vediamo” non significava nulla. Se era solo un modo di dire, preferivo usarne uno che dicesse qualcosa.
Col tempo ho capito che non cerco appartenenza.
Cerco risonanza.
Pochi legami, chiari. Relazioni in cui non devo tradurmi, in cui posso essere veloce senza travolgere e profonda senza affondare l’altro.
Amare, per me, non è fondersi.
È restare leggibile.
Quando succede, raramente ma succede, è una pace che non ha bisogno di euforia. Basta la verità.

Tempo, futuro e possibilità
 

Il mio tempo non è lineare.
È carsico.
Scompare, riemerge, accelera, si ferma. Non segue una linea retta, ma una geografia irregolare. A volte settimane intere sembrano un unico giorno. Altre volte un’ora contiene già troppo.
Con l’ADHD, il futuro arriva tutto insieme.
Con l’autismo, ho bisogno di mapparlo.
Un giorno una collega mi chiese dove mi vedessi tra cinque anni. Risposi d’istinto: “Martedì prossimo.” Lei rise. Gli altri sorrisero. Io no. Non stavo scherzando.
Cinque anni, per me, non sono un orizzonte astratto. Sono una massa di possibilità simultanee, senza priorità. Un sovraccarico. Martedì prossimo, invece, è pensabile. Ha confini, forma, peso. È abitabile.
Il mio cervello non rifiuta il futuro. Rifiuta il futuro non mappabile.
Per questo scendo di scala. Non per mancanza di visione, ma per eccesso di realismo. È l’unico modo che ho per non perdermi.
Ci sono giorni in cui, nel tempo di mezz’ora, vivo sei versioni di me stessa. Tutte plausibili, tutte coerenti, tutte stancanti. Il motore produce possibilità, la bussola cerca di selezionarle.
Ricordo una sera con l’agenda aperta, pagine piene di frecce e alternative. A un certo punto ho detto ad alta voce che bastava così. Ho chiuso l’agenda. Il corpo ha sospirato.
È lì che ho capito che il futuro, per me, non può essere una promessa grandiosa. Deve essere una possibilità abitabile.
Non devo ridurmi.
Devo incanalarmi.
Accettare questo non è stato eroico. È stato quotidiano. Ho smesso di aspettarmi una versione più semplice di me. Il mio tempo resta irregolare, potente, fragile insieme. E va bene così.
Un giorno ho pensato, senza enfasi, che ero arrivata a me stessa. Non come conquista, ma come approdo. Con il motore acceso, la bussola vigile, le stranezze intatte.
Il futuro non deve essere più grande.
Deve essere giusto per me.

Chiusura
 

Non sono arrivata a una versione migliore di me.
Sono arrivata a me stessa.
Non ho risolto tutto. Non ho imparato a funzionare come gli altri. Ho smesso di farmi guerra. Ho confuso a lungo la fatica con la colpa, l’intensità con il difetto. Ora so che non tutto ciò che costa è giusto e non tutto ciò che è intenso è sbagliato.
Il mio funzionamento non è lineare, non è efficiente, non è leggero.
Ma è vero.
C’è una lucidità che non protegge, un corpo che sente prima, un motore che spinge, una bussola che cerca senso. Non devo guarire da questo. Devo abitarlo.
E poi ci sono stati i famigerati cubi di Chaos. Mi hanno fatto perdere la pazienza, più di una volta. Ricordo un cubo caduto per terra, io pronta a mollare tutto, e lo sguardo della dottoressa che non si è scomposto di un millimetro. Come a dire che poteva cadere il cubo, non io.
Col tempo ho capito che quei cubi erano alleati. Mi hanno insegnato a tollerare l’errore senza trasformarlo in colpa, a rallentare quando il corpo non segue la mente. Quasi quasi, oggi, quei soldini li spenderei ancora, solo per allenarmi. Con più gentilezza.
Sono arrivata a casa.
E, per la prima volta, non ho fretta di andarmene.
E questo lo scrivo per me: mi ringrazio.
Perché oggi mi voglio un po’ più bene di ieri.
E domani, lo so, sarà ancora più di oggi. 

Natascia Sestito

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